Ci sono storie che sono impossibili da non raccontare. Tra queste vale la pena ricordare quella dei fratelli D’Inzeo, dominatori assoluti nell’equitazione. Piero (1923-2014) e Raimondo (1925-2013) sono entrati di diritto nella storia dell’equitazione olimpica dopo aver fatto incetta di medaglie in otto partecipazioni consecutive, dal 1948 al 1976, diventando ben presto delle leggende sportive di ineguagliabile prestigio. I “Fratelli invincibili”, come furono ribattezzati, hanno detenuto per lungo tempo il record di partecipazioni a cinque cerchi, eguagliato in seguito da Josefa Idem che nelle prime due edizioni gareggiò sotto la bandiera della Germania Ovest. I fratelli D’Inzeo erano molto diversi tra loro: Raimondo aveva un stile più irruente e aggressivo, mentre Piero era dotato di maggior tecnica. Erano però uniti più che mai nella vita. Infatti, nonostante la rivalità caldeggiata da media e tifosi, c’era chi amava Raimondo detestando Piero e viceversa, nella realtà dei fatti il rapporto tra i due era splendido, a tal punto da scambiarsi apprezzamenti e restando legati l’uno con l’altro fino alla vecchiaia, con Raimondo che spirò pochi mesi prima di Piero. Nati a Roma da una famiglia di origini abruzzesi, vennero iniziati all’equitazione dal padre Costante, un signore con la passione per i cavalli che decise così di tramandare anche ai figli.

Fonte foto: Wikipedia

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Costante ricevette il grado di Maresciallo e una croce al merito per aver combattuto la prima guerra mondiale risparmiando la chiamata alle armi al fratello Silvio, impegnato negli studi universitari. Un sacrificio che non fu vano, perché oltre a questo riconoscimento, riuscì ad aprire una scuola di equitazione, la “Società Ippica Romana”, che rimpiazzò l’ex fabbrica di mattoni alla Farnesina. Da qui approfondì i suoi studi di equitazione, studiando le tecniche di tutti i principali campioni dell’epoca, concentrandosi in particolare su Caprilli, e sviluppando una tecnica personale: la tecnica consisteva nel condurre l’animale fino all’ostacolo per poi lasciarlo libero di saltare. Ben presto i suoi cavalli furono richiesti da tutto il mondo e uno di questi, Nasello, diventò una leggenda. Appena i suoi figli cominciarono a reggersi con le proprie gambe, Costante li prese e li mise in sella al cavallo; fin da subito, però, intuì che Raimondo non condivideva la sua stessa passione: non amava salire a cavallo, e spesso scoppiava in pianti di disperazione e avvilimento. Per tutta risposta il padre lo emarginò, facendolo sentire un fallito e lodando a più riprese il fratello Piero. Costante non riusciva a tollerare le lacrime del figliolo, e solo l’intervento della moglie diede la possibilità al piccolo Raimondo di poter avere una seconda chance.

Il riscatto di Raimondo avvenne al compimento dei sette anni: da allora non scese più da cavallo. Conquistò medaglie su medaglie e venne in seguito riconosciuto come il “miglior cavaliere della storia”, dopo aver portato a casa un oro individuale e un bronzo a squadre alle Olimpiadi di Roma del 1960, due argenti a Melbourne (uno a squadre e uno individuale) e due bronzi a squadre a Tokyo ’64 e Monaco di Baviera ’72. Alla XIX edizione dei giochi olimpici, disputatisi in Messico nel 1960, Raimondo venne scelto come portabandiera azzurro. Il fratello Piero, invece, conquistò un argento a Roma, e al suo palmarès aggiunse un’altra medaglia d’argento e 4 bronzi. Con i suoi sette titoli al Concorso ippico internazionale “Piazza di Siena”, è tutt’oggi il cavaliere più vincente della manifestazione. Insomma, la leggenda dei fratelli invincibili resterà scolpita nella storia dell’equitazione italiana: entrambi cavalieri british style, come ci raccontano i cronisti dell’epoca, si fecero apprezzare persino dalla regina Elisabetta II. Furono un’eccellenza italiana nel mondo e, come tale, è giusto rendergli omaggio e ricordarli con dovuto onore e rispetto.

 

 

Marco De Silvo
Classe 1991, malato di boxe e calcio, segue con interesse anche altri sport. Oltre a scrivere per Azzurri di Gloria, collabora con Boxe-Mania e Bandiera a Scacchi.

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